• Cecilia Bronzini: il mio Percorso attraverso il Laboratorio Arte 4.

    I tre mesi del corso sono stati pieni di sorprese e di novitĂ .
    Le diverse esperienze che ho affrontato e in parte condiviso con i miei compagni di corso hanno via via prodotto diversi 'materiali', ove per materiali intendo anche spunti di riflessione, di ricerca sull'altro (uno degli obiettivi del corso stesso)ma anche su quanto potessi mettere in gioco me stessa affrontando situazioni totalmente nuove, inaspettate e diverse rispetto alle precedenti.

    Pertanto, ho raccolto il 'materiale' che ho prodotto durante questo periodo.

    Durante questi tre mesi ho lavorato al gruppo testo, partecipando alla produzione di testi sulle isole della Laguna e sull'Odissea, testi che per quanto riguarda il gruppo testo sono stati il blog con Elisa, Sara, Chiara ed Ester, testi individuali, come le impressioni e la restituzione dell'Odissea per viaggiatori erranti, testi piĂą oggettivi, ovvero la parte descrittiva delle singole isole, delle schede che potessero identificare le varie tappe del viaggio (dal Lido fino alla punta della dogana).
    Per quanto riguarda il lavoro con la comunitĂ  greca, ho riportato i testi che ho scritto; ho fatto delle fotografie ai luoghi che abbiamo percorso alla scoperta del nostro 'nonno'; ho preso parte a due video, insieme alle mie amiche Valentina e Paola, quello sulle stamperie dell'ape e l'intervista a Kostas Bovos che mi hanno divertita, mettendomi davanti a un'esperienza nuova e originale.

  • Impressioni sull'Odissea per la Laguna

    Cecilia Bronzini

    Ho percepito le isole della lagune veneziana come delle parti, frammenti di Venezia, enormi detriti di essa depositatisi dopo unÂ’ immaginaria e surreale esplosione di una cinta di terra e pietra che la conteneva in un tempo troppo remoto per trovarne ancora traccia.
    Isole come conglomerati di acqua e terra, sui quali l’uomo ha agito, ha lasciato tracce della sua presenza, attraverso la sua manualità, plasmando e modificando quella terra, quel legno, sottraendo parte dei materiali che la Natura gli offriva, e vi ha aggiunto la sua esperienza. L’uomo ha sentito un’attrazione verso la forza di queste isole, luoghi prima senza nome, se ne è appropriato per nominarli, si è avvalso del suo lògos e della sua tekné per significarli.
    Queste isole sono figlie di una Terra Madre, veneziana, figlie ribelli, alcune addirittura antitetiche alla cittĂ , se si pensa a Forte SantÂ’Andrea.
    QuestÂ’ultimo era un fortilizio militare, abbandonato o piuttosto, restituito alla Natura e al Tempo.
    Vi giungiamo, come esploratori alle prime armi, e mi sembra di essere tornata indietro di secoli.
    Ho la sensazione che sia un luogo atemporale, aspaziale.
    Le rovine del forte militare, che un tempo difendeva Venezia, ora sono parte della Natura, hanno perduto quella che è stata una funzione difensiva, imposta dall’uomo, quando doveva proteggersi e proteggere la sua città, ed è ritornata primitiva.
    Quest’isola ha il privilegio del Silenzio, offrendo a noi esploratori la possibilità di tornare a riflettere, nel senso più vero ed intimo del termine, quello del prestare attenzione a ciò che ci circonda, alla vita quotidiana, a noi stessi.
    Sulla spiaggia di S. Erasmo, seppure si tratti di un luogo oramai civilizzato, abitato e turistico, ritrovo comunque un’atmosfera così calma, silenziosa, che m’induce a pensare a come la quotidianità dei rumori, la frenesia della città, ora così lontana e impercettibile, possa travolgermi con sé.
    Sono rimasta per pochi istanti sola, isolata, dalla comitiva di cinquanta e più persone, dal resto del brulicante mondo veneziano, che è laggiù, sulla terraferma.

    LÂ’Odissea per la Laguna mi ha trasportato indietro nei secoli, per rivivere lÂ’archetipo del nostos, del viaggio del ritorno verso le proprie origini.
    Realmente le isole che abbiamo che ho veduto e che ho toccato con mano fanno parte, sono frammenti della cultura veneziana, ma non solo. Esse sono detriti, humus di altre culture, extra territoriali, che influenzano la cittĂ  di Venezia e a loro volta sÂ’influenzano, creando una rete inestricabileÂ…
    Odisseo era partito con la sua nave e i suoi uomini per la guerra; guerra che significava in tutto e per tutto affermazione di sé e delle proprie capacità.
    Il suo viaggio era un cerchio. Una forma divina e perfetta che potesse contenere lÂ’uomo, gli uomini, e al contempo le esperienze che avrebbe fatto.
    Ecco il viaggio di Ulisse era Esperire.

    Esperienza deriva dal latino experior, che significa:
    sperimentare, mettere alla prova fare esperienza di qualcosa-qualcuno;
    tentare, sforzarsi;
    come risultato dellÂ’aver sperimentato, sapere;
    nella forma riflessiva (se experiri) provare le capacitĂ , sperimentarsi;
    misurarsi, contendere con;
    affrontare, trattare, discutere, esaminare;

    ecco se dovessi tracciare un bilancio del breve e singolare viaggio affrontato potrei definire che l’ho visto e vissuto come un misurarmi con gli altri, con l’ambiente, gli ambienti, ma soprattutto è stato nel misurare l’ambiente, il territorio insulare con la città che ho tratto qualcosa di insolito.
    Arrivati sullÂ’isola di santÂ’Andrea, un ex forte militare, un tempo presidio della cittĂ , ora custodito dal tempo, dal vento, dal sole e dallÂ’acqua e dalla terra, dalla vegetazione che lo avvolge, la dimensione spazio tempo sembrava sospesa; le rovine del forte, massicce e ancora possenti, accrescevano man mano che mi addentravo, il loro senso di magnificenza.
    Talvolta inquietandomi, talvolta rasserenandomi, come sul tetto di roccia e cemento da cui si poteva godere un panorama fantastico, luminoso e iridescente.
    Da lassĂą mi sento presa da una sensazione di isolamento, di rifugio dal mondo cittadino, spesso claustrofobico e assordante.

  • Restituzione personale dell'"Odissea" per la Laguna

    Cecilia Bronzini

    Dopo L'odissea ho pensato al mezzo attraverso il quale potessi esprimere ciò che avevo sperimentato e vissuto in quei giorni di viaggio per le isole della laguna di Venezia. La risposta automatica è stata la fotografia, ma poi è venuta la scrittura come strumento di perlustrazione di questa esperienza, collettiva ma soprattutto personale. L'idea è un piccolo libro una sorta di minuta opera aperta a qualsiasi considerazione, pensiero, illustrazione...
    Eccola.

    Breve Odissea di viaggiatori erranti
    25/26 ottobre 2005

    claVES , a.a. 2005/2006

    Ho immaginato le isole della Laguna veneziana come delle parti, frammenti di Venezia, enormi detriti di essa depositatisi dopo unÂ’ immaginaria e surreale esplosione di una cinta di terra e pietra che la conteneva in un tempo troppo remoto per trovarne ancora traccia.
    Isole come conglomerati di acqua e terra, sui quali l’uomo ha agito, lasciando tracce della sua presenza, attraverso la sua manualità, plasmando e modificando quella terra, quel legno, sottraendo parte dei materiali che la Natura gli offriva, e vi ha aggiunto la sua esperienza. L’uomo ha sentito un’attrazione verso la forza di queste isole, luoghi prima senza nome, se ne è appropriato per nominarli, si è avvalso del suo lògos e della sua tekne per significarli.
    Queste isole sono figlie di una Terra Madre, figlie ribelli, alcune addirittura antitetiche alla cittĂ , se si pensa a Forte SantÂ’Andrea.

    SantÂ’Andrea
    QuestÂ’ultimo era un fortilizio militare, abbandonato o piuttosto, restituito alla Natura e al Tempo.
    Vi giungiamo, come esploratori alle prime armi, e mi sembra di essere tornata indietro di secoli.
    Ho la sensazione che sia un luogo atemporale, aspaziale.
    Le rovine del forte militare, che un tempo difendeva Venezia, ora sono parte integrante della Natura, hanno perduto quella che è stata una funzione difensiva, imposta dall’uomo, quando doveva proteggersi e proteggere la sua città, ed è ritornata primitiva.
    Quest’isola ha il privilegio del Silenzio, offrendo a noi esploratori la possibilità di tornare a riflettere, nel senso più vero ed intimo del termine, quello del prestare attenzione a ciò che ci circonda, alla vita quotidiana, a noi stessi.
    Se un tempo questa fungeva da presidio della città, ora è custodita dal tempo, dal vento, dal sole e dall’acqua e dalla terra, dalla vegetazione che la avvolge, la dimensione spazio tempo sembra sospesa; le rovine del forte, massicce e ancora possenti, accrescevano, man mano che mi addentravo, il loro senso di magnificenza, talvolta inquietandomi, talvolta rasserenandomi, come sul tetto di roccia e cemento da cui si poteva godere un panorama fantastico, luminoso e iridescente.
    Da lassĂą ho una sensazione di isolamento, di rifugio dal mondo cittadino, talora assordante, noioso, claustrofobico.

    La seconda tappa è il Lazzaretto Nuovo; meta affascinante per molti turisti, ma anche per me, che conosco poco della sua storia, e che mi viene raccontata dal suo ‘portavoce’, così mi piace chiamarlo, un signore che tentennando in un dialetto veneziano un po’ forzato, ci narra della terribile pestilenza (una prima volta nel 1468, poi nel 1630) che colpì Venezia e che costrinse l’isola al ruolo, paradossalmente, di isolare a sua volta tutti coloro che erano sospetti portatori del bacillo pestilenziale.
    Ho trovato assai curiosa la maschera con cui i dottori dellÂ’epoca visitavano i malati, e che fa pensare ad una forma di autodifesa dal paziente, comÂ’era anche comprensibile, ma anche un modo per esorcizzare la paura per il contagio della malattia. Infatti, il costume che indossavano i dottori del tempo sembrava quello di uno scheletro con un lungo naso, riempito poi di odori che il medico aspirava per non sentire quelli sgradevoli degli appestati.
    Le scritte lungo le pareti interne allÂ’arsenale testimoniano la presenza di alcuni guardiani che sorvegliavano il lazzaretto.
    Nel “Paese della cuccagna”, così era chiamata questa isola, dal momento che in molti si sbizzarrivano tra i piaceri del gioco d’azzardo che solo lì era concesso, non si parlava una lingua, ma una commistione di lingue: italiano, latino, greco, dialetto…
    Questo aspetto è molto interessante perché mi fa pensare alla diversità, culturale, linguistica, che confluiva in quel momento storico, e su come oggi questo difficilmente potrebbe ripetersi.

    Terza tappa:
    Eccomi sulla spiaggia di S. Erasmo.
    L’isola, seppure sia un luogo oramai civilizzato, abitato e turistico, offre comunque un’atmosfera così calma, silenziosa, che m’induce a pensare a come la quotidianità dei rumori, la frenesia della città, ora così lontana e impercettibile, possa travolgermi con sé.
    Sono rimasta per pochi istanti sola, isolata, dalla comitiva di cinquanta e più persone, dal resto del brulicante mondo veneziano, che è laggiù, sulla terraferma.

    Quarta tappa:
    Torcello mi sembra un luogo metafisico...La torre del campanile della chiesetta, il colore caldo dei mattoni che la compongono e una leggera nebbia, mi fanno pensare a un quadro di De Chirico.
    Il tempo pare anche qui sospeso.
    Certo tra le isole viste fino ad ora è la più turistica ma, nonostante questo, non ha perso il suo fascino.
    Passeggio, ed ecco un signore che gioca a scacchi, attira lÂ’attenzione di qualche mio compagno di viaggio.
    Sulla destra il ponte del Diavolo, così chiamato perché l’acqua che v scorre sotto sembra essere calda.
    LÂ’incontro con il prete della chiesa, la sua storia su San MarcoÂ…
    E una nuvola di zanzare che ci tormentano!
    Ripartiamo, è tardi e dobbiamo arrivare a Mazzorbetto, dove ci fermeremo a cenare e a dormire.

    Mazzorbetto:
    è già buio, il sole è calato da poco, ed è un peccato perché il posto è immerso nel verde.
    Sembra anche questo un luogo abbandonato dallÂ’uomoÂ…
    Ci affaccendiamo a prendere i posti lettoÂ…:ma ecco una stanza. Tutte noi ragazze dentro.
    Le donne in cucina: Chiara ha preparato la pasta fresca, Elisa i dolci per la colazione…c’è un gran movimento tra i fornelli. Io raggiungo Daniela ad apparecchiare la tavola, anzi, le tavole. La cena viene consumata rapidamente, c’è un momento per le chiacchiere con i vicini di posto, uno per l’applauso alle cuoche, uno per l’entusiasmo generale.
    Il momento intorno al fuoco: istantanee di Davide che lo alimenta, bicchierate di vino, chiacchiere, poi ci si racconta, siamo tutti presenti per ascoltare ciò che si vuole dire. E non è affatto semplice, almeno per me non lo è stato, riassumere ciò che ho sentito e visto e immaginato in pochi minuti. L’imbarazzo, la timidezza, sento che il mio pensiero è solo mio, che non riguarda sensazioni che ho condiviso con il ‘gruppo’.
    Si fanno le due di mattina, scambio le ultime parole con Esther, una ragazza ungherese che studia in Olanda.
    Recupero le mie amiche e ci mettiamo a dormire nei nostri sacchi a pelo.

    “La radice dell’Odissea è un albero d’olivo” (Paul Claudel)

    Quest’albero, metaforico per noi nuovi esploratori, fisico e affettivo per odisseo, è il perno intorno a cui ruota la nostra imbarcazione variopinta, punto di partenza che coincide con la meta.
    A differenza di Odisseo noi non partiamo per nessuna guerra, il nostro viaggio non è stato un’avventura di dolore e di angoscia, noi non abbiamo patito e combattuto per ritornare a casa, non abbiamo dovuto, al nostro ultimo approdo, ricomporre affetti e restaurare un dominio sulla città d’origine.

    “Dove stiamo dunque andando?”
    “Sempre verso casa”
    (Novalis, Enrico di Ofterdingen)

    A portarci lontano dalla città, dal Lido come punto di partenza, non è, come per l’eroe omerico, necessità, militare, economica ma soprattutto legata ad una donna, Elena, al codice eroico, la parola data e l’onore.
    C’è inoltre una differenza temporale, di durata, dal momento che l’Odissea si protrasse per dieci lunghi anni, la nostra è durata appena due giorni.
    Il nostro breve viaggio non è certo stato iniziatico, piuttosto si è posto come riflessione di chi tocca molti luoghi sconosciuti, a partire da Venezia stessa, luoghi da conquistare con la consapevolezza del Sé, nel continuo confronto di volta in volta con chi custodisce un luogo, con chi lo abita, con chi attenta a prerogative pensate come date e immutabili.

    Ora il mio resoconto, o meglio, racconto sta a mediare il fatto reale, confondendone il referente e inserendolo nellÂ’immaginario collettivo.
    Ad ogni luogo delle avventure viene dato un nome, che diventa così strumento di controllo razionale dello spazio: uno pseudo-controllo in verità visto che ne risulta una geografia fantastica dove lo spezzettamento in unità discrete tra punti dello spazio interrompe la continuità del movimento e riduce lo spazio semplicemente a “luogo”-, ma altrettanto efficace e necessario, a suo modo, quanto una bussola o un portolano fra le mani di un navigante.
    In ogni viaggio per mare fallisce un passaggio, ci si può imbattere in una tempesta, nella perdita della rotta…nell’essere rifiutati da chi preserva l’isola …questi imprevisti creano la frattura dal noto, dal consueto, per introdurre in una dimensione altra e parallela, quella del trauma, dove ogni forma mitica rivive all’infinito, e paradossalmente, trae la sua forza proprio dal fatto di proporre prove possibili.
    Il linguaggio del viaggiatore, dei viaggiatori-naviganti, media la realtà facendone leggenda: la prova è il viaggio stesso, e chi è tornato non può che parlarne in termini di favola, cioè di sospensione della fiducia, o meglio di una credibilità intimamente legata al meraviglioso, nel linguaggio di quella soggettività che ha maturato pensieri e sentimenti.

    Viaggiare, per necessità come per scelta, significa entrare in relazione con gli altri: questa relazione si esplica nella duplice forma di accoglienza o rifiuto, di ospitalità o di ostilità. La nostra avventura si raccoglie intorno a questi due grandi filoni: da un lato, sotto il segno della ostilità, compaiono il guardiano di Sacca Sessola o il custode a Le Grazie, un po’ come Odisseo si era imbattuto nel Ciclope o nei Lestrigoni, dall’altro l’ospitalità del prete di Torcello, o del padre Vertanès sull’isola degli Armeni. L’accoglienza dello straniero, dell’altro da sé, introduce in quella dimensione particolarissima della reciprocità, che informa ogni tipo di transazione sociale.
    L’esistenza sociale - e dunque l’identità - è conseguenza diretta di riconoscimenti reciproci; e viceversa, il riconoscimento reciproco deriva dall’identità che l’individuo sceglie per sé.
    Noi esploratori come Odisseo.
    Noi come lui, stranieri, con la possibilitĂ  di entrare in un circuito di scambi reciproci.
    Interagire è difficile: richiede innanzitutto di valutare l’interlocutore, e poi, in base a questo, autoproporsi. Come noi approdati a Torcello dovevamo calibrare il modo di avvicinarci al sacerdote della piccola chiesa, così Odisseo aveva fatto con Nausicaa, chinandosi se abbracciarle le ginocchia in segno di supplica, o parlarle alla dovuta distanza.
    ProssimitĂ  e lontananza sono i due poli estremi entro i quali prende forma il rapporto, secondo regole da improvvisare al momento, ma talora anche ben definite.

    L’aspetto porta con sé anche il luogo in cui esercitare la propria funzione; padre Vertanès, sorridente, apre le porte della sua Armenia e i suoi ospiti apprezzano la sua “vicinanza” ma, al tempo stesso, riconoscono un confine, che stanno occupando un luogo di margine.
    Nel mondo epico gli oggetti, al di là del valore d’uso, hanno una loro storia, e talvolta possono essere risolutori di storie- come il prezioso vino di Ismaro, che Odisseo porta con sé nell’isola dei Ciclopi, così il vasetto di marmellata di rose che Elisa riceve da padre Vertanès, quasi che in quel barattolino di vetro di zucchero e di petali di fiore potesse assaggiare un pezzetto di Armenia, della lontanissima terra natia del generoso custode dell’isola. L’essere stati donati ne accresce il valore, in quanto diventano simbolo di una relazione ospitale, e perciò ulteriore conferma dell’identità sociale di chi li dona e di chi li riceve.

    Realmente le isole che abbiamo che ho veduto e che ho toccato con mano fanno parte, sono frammenti della cultura veneziana, ma non solo. Esse sono detriti, humus di altre culture, extra territoriali, che influenzano la cittĂ  di Venezia e a loro volta sÂ’influenzano, creando una rete inestricabileÂ…
    Odisseo era partito con la sua nave e i suoi uomini per la guerra; guerra che significava in tutto e per tutto affermazione di sé e delle proprie capacità.
    Il suo viaggio era un cerchio. Una forma divina e perfetta che potesse contenere lÂ’uomo, gli uomini, e al contempo le esperienze che avrebbe fatto.
    Isolamento e lontananza, al centro di un bacino dÂ’acqua che circonda la terra e la nostra barca; in una situazione marginale, che invita addirittura a pensare ad una collocazione estranea alla societĂ  degli uomini, si trova va Odisseo, e allora, noi.
    Quando Odisseo conclude il viaggio, egli in realtĂ  non ha ancora finito il suo cammino.
    La medesima constatazione può valere anche per ciascuno di noi, che abbiamo concluso fisicamente il viaggio sulla barca il 26 ottobre, con l’approdo alla Punta della Dogana.
    Al momento del ritorno ad Itaca Odisseo vuole dimenticarsi del mare e delle navi tinte di rosso, e dei loro agili remi. Un percorso spirituale e un gesto rituale per siglare un approdo definitivo, un ritorno senza rimpianti, è il piantare uno dei remi a terra saldo come un tronco d’olivo. Anticipatamente al giorno del vero ritorno, durante la serata passata tutti insieme ho visto un remo bruciare lì, in mezzo al fuoco.

    Fare un bilancio di questa esperienza significa anche ripercorrerlo mentalmente, sulle tracce di ciò che mi ha colpito e impressionato di più.
    Esperienza significa sperimentare, mettere alla prova fare esperienza di qualcosa-qualcuno; tentare, sforzarsi; come risultato dellÂ’aver sperimentato, sapere; nella forma riflessiva, provare le capacitĂ , sperimentarsi; misurarsi, contendere con; affrontare, trattare, discutere, esaminare.

    Nel tracciare un bilancio del breve e singolare viaggio affrontato potrei dire di essermi misurata con gli altri, con lÂ’ambiente, con i luoghi visitati.

  • Esperienza personale con gli 'Amici Greci'

    L'esperienza che ho iniziato e proseguito in questi mesi con la Comunità greca è stata intensa e difficile. Il "viaggio" che ho affrontato, teso alla riscoperta del "nonno" greco,insieme ad alcune compagne e amiche, si è rivelato significativo: mi ha fatto conoscere una parte della città, Venezia, che non conoscevo, seppure io stessa la viva, quotidianamente, come studentessa.
    L'approccio con la comunità è stato difficile in quanto, come capita spesso nel confronto con l'altro, mi sono trovata da una parte davanti alla disponibilità, come nel caso di Kostas, il segretario della comunità, dall'altra di fronte alla diffidenza, talvolta all'incomunicabilità, come con il prete o con la bibliotecaria...

    La comunicazione non è sempre facile, è necessaria partecipazione, disponibilità e anche curiosità, verso l'ignoto, verso chi non sa chi sono...può diventare un gioco, e questo aspetto ludico, se posso definirlo così, ha fatto parte della mia esperienza.

  • Breve Dizionario di termini greci-veneziani.

    Cecilia Bronzini

    Breve dizionario di termini veneziani (e non) di influenza greca

    Ho pensato a un singolare e significativo dizionario in cui si possono riscontrare delle somiglianze terminologiche e si può capire quanto due culture apparentemente così lontane si possano ancora oggi riunire e confrontare.

    amiragio, “comandante”, “ispettore” o “sopraindendente” ai porti o alle rotte marittime; dal greco o αµίράς, αμιράλιος; (amiralios)
    anagrafe, “iscrizione, registrazione di proprietĂ , contratti ecc.”; dal greco ή αναγραφη; ( e anagrafe)
    anguria, “cocomero”; dal greco τα αγγουρια; (ta anguria)
    armizĂ r, “ormeggiare”; dal greco ορμιζω; (armizar)
    arsenal, “arsenale”; dal greco αρσηνας; (arsenas)
    basego, “basilico”; dal greco to βασιλικον; (to basilicon)
    cafetan, “veste lunga con maniche parimenti lunghe”; dal greco to καφτάνι; (to castani)
    chelandia, “nave da guerra”; dal greco τα χελάνδια; (ta kelandria)
    cottimo, “imposizione che i Consoli delle scale del Levante mettono sui vascelli”; dal greco εκτιμω; (ektimo)
    dinaro “denaro”; dal greco το δηνάριον; (to denarion)
    ganassa, “ganascia, mascella”; dal greco η γνάθος; (e gnatos)
    incatifĂ , “diventato cattivo, arrabbiato”; dal greco κατηφέω, “restare muto per paura o dolore, per afflizione”; (katefeo)
    magari, epressione che indica unÂ’augurio, una probabilitĂ ; dal greco μακάρι; (makari)
    mĂ molo, espressione che riferita ad un ragazzo indica “stupidità” o “modo dÂ’essere tipico di un bambino”; dal greco ο μάμμος; (o mammos)
    Marcuola, nome proprio maschile da “Ermagora”; dal greco ο Ερμαγόρας; (o Ermagoras)
    mastelo, -a, “tinozza, conca per il bucato”; dal greco ό μαστός; (o mastos)
    molo; dal greco ό μωλος; (o molos)
    mona, “natura della donna”, fig. “sciocco”; dal greco το μουνιν; (to munin)
    musina, “salvadanaio”; dal greco η ελεμοσυνη; (e elemosine)
    ostrega, “ostrica” poi usato come espressione dialettale; dal greco τα όστρακα, inizialmente indicava “coccio” poi sinonimo di “guscio di conchiglia”; (ta ostraca)
    -oto suffisso applicato a termini etnici; dal greco –ωτης; (otes)
    pantegana, “ ratto dÂ’acqua”; dal greco ο πόντιγκας; (o pontigas)
    peromo, avv. “ciascuno, per ciascuno”; dal greco παρεξο; (parexo)
    piron, “forchetta”; dal greco το πιρουνι; (to piruni)
    pìtima, detto di una persona “ pesante”, “che tentenna, irresoluta”; dal greco το επιθεμα; to epitema)
    sproto, “saccentone”; dal greco ο πρωτος detto di “primo maestro”; (o protos)
    risÂ’cio, “rischio”, “pericolo”; dal greco το ριζικό, “sorte”, “destino”; (to risico)
    sandolo, “battello”; dal greco ό σανδαλις; (o sandalis)
    sÂ’ciavo, originariamente “etnico” poi “Slavo”, quindi “prigioniero di guerra”; dal greco ο σκλάβος; (o sklabos)
    squero, “piccolo cantiere dove si fabbricano o si riparano le barche”; dal greco το εσχάριον; (to eskarion)
    Stae, nome di “santo Eustachio”; dal greco ο Ευσταθιος; (o Eustazio)
    stradioti, “cavalleria leggera al servizio della Serenissima”; dal greco ο στρατιώτης; (o stratiotes)

  • Locandina del No(n)incontro con la comunitĂ  greca

    IUAV Laboratorio di arte 4
    Prof. Lorenzo Romito CLAVES III a.a. 2005-2006

    “NO(N)NINCONTRO con la Comunità greca”
    Lunedì 5 dicembre 2005-12-15 incontro. Magazzini Ligabue h. 16.00

    I Greci a Venezia?

    La domanda vuole essere un punto da cui hanno preso avvio le nostre riflessioni.
    Con stupore abbiamo scoperto che la comunitĂ  greca si era insediata sin dalla fine del 1400 a Venezia riuscendo a stabilire con la nuove terra un rapporto di mutua collaborazione.
    Tuttavia, se anticamente Venezia era fulcro accentratore e propulsore della Comunità, in seguito questa si è frammentata, moltiplicata distribuendosi in altre città italiane.
    Non a caso oggi a Venezia c’è una piccolissima parte dell’originaria comunità, di cui restano come testimoni del passato, l’Istituto Ellenico e la Chiesa di San Giorgio.

    Ognuna di noi ha vissuto esperienze diverse con alcuni membri delle Comunità greche. In alcuni casi ci si è imbattute in Diffidenza e Assenza, in altri in Affabilità e Cortesia.

    I nostri video sondano questa duplicitĂ  dellÂ’approccio con lÂ’Altro.

    Alcune di noi hanno affrontato la ricerca di luoghi antichi, risucchiati dal presente, di attivitĂ  perdute e dimenticate.

    I video sono stati girati a Venezia, a Padova e a Trieste, ovvero nei luoghi in cui le ComunitĂ  greche si sono nuovamente radicate nel nostro Paese.

    Video in programma:

    “Intervista a Kostas Bovos” e “Alla ricerca delle stamperie dell’ape”
    di Cecilia Bronzini, Valentina Lucio e Paola Montini.

    “Joannis Antoniadis”
    di Erica Angeli, Valentina Maggio e Ilaria Rangoni.

    “Intervista alla pittrice italo-greca Alice Psacaropulo. Il suo rapporto con le origini greche e la città di Venezia”
    di Sofia Barbina e Rebecca Gander.

  • Video- intervista a Kostas Bovos

    Paola, Valentina ed io siamo andate al centro culturale greco "La Plaka", a Padova, per intervistare Kostas Bovos, segretario della comunitĂ  greca a Venezia e proprietario di questo locale, luogo di "scoperta" della terra greca per chiunque voglia visitarlo, con i suoi cibi, i profumi, le musiche e quanto altro di folcloristico e turistico si possa trovare.
    La nostra intervista va a evidenziare, in maniera sottile e volutamente ironica, quei topoi culturali così come ci sono stati presentati da Kostas all'interno del suo locale, attraverso stereotipi che tutti riconosciamo, luoghi comuni che alimentano la stessa attività del centro La Plaka e di cui il simpatico gestore ci ha parlato entusiasticamente.
    E' stato interessante osservare i modi in cui Kostas ha affrontato l'esperienza del video, cercando di dare un'immagine precisa di sè e della sua terra d'origine.

  • Video "Seguendo le stamperie dell'ape"

    “Seguendo le stamperie dell’ape”
    di, e con: Cecilia Bronzini, Valentina Lucio e Paola Montini.
    Durata:
    (Venezia, 27 novembre 2005)

    Il corto è stato presentato durante l’appuntamento di “Non(n)incontro”con la Comunità Greca a Venezia, tenutosi lunedì 5 dicembre 2005, presso i Magazzini Ligabue (Atelier 02-04).

    Il video “Seguendo le stamperie dell’Ape” ha origine e sviluppo a partire dalla scoperta delle antiche stamperie della famiglia Glikis a Venezia.

    Abbiamo trovato una mappa, storicamente attendibile, sulla quale sono indicati i luoghi di questa misteriosa ed affascinante attivitĂ , risalente alla fine del XV, oggi dimenticata e rimossa dal tempo e dalla frenesia dellÂ’oggi.
    La stamperia della famiglia Glikis aveva un simbolo di riconoscimento, l’ “ape”, un marchio che comparve sulla copertina del primo libro della stamperia, un simbolo che ci è rimasto impresso e che andava ritrovato all’interno della città.

    La domanda che ci siamo poste è stata come restituire questa scoperta, evitando di cadere nel documentario o nel retorico copione da seguire?
    L’immediata risposta è stata quella di girare un video che potesse mostrare il nostro personale e diretto confronto con la realtà, un confronto schietto e privo di artifici e schemi formali, un po’ come in un gioco al quale potessero prendere parte non solo le tre ideatrici, ma anche chi ne osservasse meccanismi e spostamenti.

    Punto di partenza è la sede dell’Istituto Ellenico a Venezia, e da qui la protagonista (Cecilia) segue la mappa e, sulla base delle informazioni date dalla documentazione storica e sui suggerimenti delle sue amiche, Paola e Valentina, ripercorre calli, ponti e campi nei quali le stamperie si sarebbero trovate sino alla metà del XIX secolo.
    Su ogni porta dellÂ’ipotetica stamperia ritrovata viene attaccata una piccola Ape, come traccia, impronta, di un pezzetto di passato che ritorna attraverso il presente.
    Durante gli spostamenti, ci si imbatte in alcuni frammenti, dei bassorilievi, sulle pareti delle case di oggi, rappresentanti san Giorgio e il drago.
    Sono altri indizi, sbiaditi e talvolta risucchiati dalla contemporaneitĂ , che possono muovere ulteriori sviluppi di ricerca sulla presenza dei Greci a Venezia.

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